Piano Energetico Nazionale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bozza di Piano Energetico Nazionale

Proposta dei Circoli dell’Ambiente e della Cultura Rurale

Analisi Economica

Documento di sintesi

Premessa

Il valore “Ambiente” non ha un colore politico: non appartiene, in esclusiva, ad una fazione piuttosto che ad un’altra, non è rosso o azzurro o nero. Tale valutazione non deve, però, trarre in inganno: non esiste solo il principio trasversale, ma allo stesso sono collegate problematiche concrete di fronte alle quali è lecito provare ad avanzare proposte differenti a seconda del punto di vista di chi le analizza, dell’ideale di fondo che fa pendere la bilancia dei valori da un lato oppure dall’altro, poiché, come in tutti gli altri settori, non esiste una ed un’unica soluzione universale.

Fin dalla loro nascita i Circoli dell’Ambiente e della Cultura Rurale hanno tentato di imporre anche in Italia una visione dell’Ambientalismo diversa rispetto a quella tradizionale, moderata, ragionevole, di ispirazione liberale, lontana dagli estremismi, basata su un concetto concreto di sostenibilità intesa quale capacità di conciliare la tutela dell’ecosistema con uno sviluppo che non può e non deve essere bloccato, ma che va reso eco-compatibile.

Il più importante compito di un’associazione ambientalista è scuotere le coscienze ed educare i cittadini ad abitudini e comportamenti virtuosi, sensibilizzandoli, in particolare, ad intervenire non per “ripulire il Mondo”, ma per prevenire limitando il più possibile tutte le fonti di inquinamento.

Orgogliosamente rimarchiamo la differenza rispetto ad altre realtà: noi non crediamo nella “decrescita infelice”, ma nella “crescita sostenibile”, ben sintetizzata nel manifesto che abbiamo avuto l’onore di presentare alla Camera dei Deputati.

Consapevoli, dunque, che la crescita del nostro Paese comporterà, sotto vari aspetti, la produzione di varie forme di “inquinamento”, abbiamo inteso avviare un gruppo di lavoro formato da esperti che, gratuitamente e senza neanche poter accedere a tutti i dati necessari ed indispensabili, ha tentato di abbozzare possibili soluzioni dalle quali ripartire per approfondire il discorso legato al fabbisogno energetico nazionale, proprio perché riteniamo che le due più pericolose forme di inquinamento che ci troviamo a dover combattere derivino dalla produzione dell’energia e da quella degli scarti-rifiuti.

Abbiamo lavorato a lungo ad una bozza di Piano Energetico Nazionale che –speriamo!- potrebbe essere utile per una politica troppo spesso sorda e poco sensibile. Con essa abbiamo tentato di dare una risposta a tre domande fondamentali: “Come possiamo produrre l’energia che servirà per rilanciare l’Italia e la sua economia nei prossimi vent’anni?”; “Come possiamo ridurre l’impatto ambientale di tale produzione?”; “Come possiamo ridurre il costo dell’energia?”. Fin dal principio è emersa la possibilità di dare una risposta ad un’altra domanda fondamentale: “Come possiamo smaltire i nostri scarti-rifiuti?”.

Adottando un Piano Energetico Nazionale che riparta da questa analisi ed approfondisca, con gli ulteriori dati necessari, tutte le questioni, l’Italia potrebbe ripartire davvero e diventare un Paese all’avanguardia nella gestione delle problematiche ambientali e nell’applicazione del principio della “Sostenibilità”: ci auguriamo che questo lavoro possa essere non solo apprezzato, ma anche utilizzato da chi di dovere.

È palese che misure di tal tipo necessitano di una riforma costituzionale che riporti la piena competenza statale nelle scelte relative ad un’unica strategia energetica nazionale; alle Regioni andrà riconosciuta, ad esempio, competenza in materia di scelta dei siti di installazione degli impianti, ma con tempi celeri e certi e poteri di commissariamento da parte dello Stato centrale in caso di inerzia.

  1. Analisi dei consumi e stime

Secondo le stime del GSE [1], nel 2015 l’Italia avrebbe registrato un consumo interno lordo di energia pari a circa 325,5 TW/h, in leggera crescita rispetto all’anno precedente (321,8), ma ancora lontano dai 346,3 del 2011.

Non possono esistere dati reali certi che spieghino tale fenomeno, che non riteniamo possa essere legato esclusivamente agli investimenti che hanno migliorato l’efficienza: molto ha influito la crisi economica, che ha costretto le aziende a chiudere i battenti e le famiglie a limitare i consumi, riducendo proporzionalmente anche il livello del benessere.

È per tale motivo che vogliamo fare previsioni ottimistiche, che vedano crescere i consumi di almeno
5 TW/h annui per i primi dieci anni e 7,5 TW/h annui per i successivi dieci, per un Paese che cresce e ridiventa una potenza economica mondiale capace di essere rispettata e trainante all’interno dell’Unione Europea: noi vogliamo un’Italia in cui cresce il numero delle aziende attive e quello dei posti di lavoro, cresce il numero dei veicoli elettrici (almeno tre milioni tra auto, modo e bici, oltre il trasporto pubblico), crescono, ad esempio, le pompe di calore in sostituzione delle caldaie a gasolio.

Allo scadere dei vent’anni arriveremmo, dunque, ad un consumo totale lordo pari a 450 TW/h, che garantirebbe un alto tasso di benessere ed una enorme capacità produttiva.

Si tratta, chiaramente, di cifre ipotetiche, ma non esaustive: esse non sono legate esclusivamente ad una crescita dei consumi, che valutiamo superiore ai 5 ed ai 7,5, ma dalla cifra totale dell’incremento abbiamo sottratto una cifra proporzionale di riduzione legata all’aumento dell’efficienza, degli elettrodomestici come delle macchine industriali ed anche degli ambienti o degli edifici pubblici (che andranno riqualificati e coperti con pannelli solari) e, ad esempio, della pubblica illuminazione (che andrà totalmente riprogettata, con l’installazione di led per gli interni ed induzione magnetica per gli esterni).

Non possiamo, però, concentrarci sui singoli interventi, che vanno realizzati quando riguardano direttamente la Pubblica Amministrazione ed incentivati (con premi fiscali e sburocratizzazione) quando riguardano i privati: ci troveremmo di fronte ad un elenco infinito di misure che già fanno - o dovrebbero far - parte del sistema energetico.

Il compito affidato a chi ha lavorato a questa proposta era esclusivamente quello di rispondere alle tre domande di cui alla premessa.

Chiaramente, non ripartiamo dall’anno zero: il fabbisogno energetico nazionale è già interamente coperto da produzione ed acquisto dall’Estero. Analizzando in separata sede le caratteristiche delle varie fonti, intendiamo, in sintesi, esporre la nostra soluzione per la sostituzione (e riduzione al minimo) della produzione da idrocarburi, che va limitata ad una quota indispensabile, oltre che mantenuta come fonte sussidiaria di riserva, pronta a supplire, ad esempio, ad un calo imprevedibile della produzione da fonti rinnovabili legato alle condizioni climatiche.

La riduzione della produzione di energia elettrica da idrocarburi e l’aumento dei veicoli elettrici in circolazione (oltre all’implementazione ed adeguamento del trasporto pubblico, obiettivi di un necessario Piano per la Mobilità Sostenibile) comporterà una notevole riduzione di immissioni inquinanti e cancerogene in atmosfera che comporterà in primis un notevole beneficio per l’ambiente e per la salute dei cittadini, ma anche una riduzione della spesa sanitaria (che, per serietà, non ci sentiamo di poter quantificare, ma sarà certamente importante) legata a patologie respiratorie e tumorali.

Come noto, le principali fonti di produzione di energia, oltre agli idrocarburi (petrolio, gas e carbone), sono le rinnovabili (idroelettrico, solare, eolico, biomasse, ecc.) ed il nucleare.

2. Coefficiente di efficienza degli impianti di fonti rinnovabili – GW/h x MW

Basandoci sui dati forniti dal GSE, abbiamo inteso fare una semplice analisi matematica per capire quale sia, allo stato della attuale tecnologia, la capacità di produzione dei vari tipi di impianti. Abbiamo dunque messo in relazione la potenza installata con la produzione, calcolando quello che abbiamo definito “Coefficiente di efficienza”, inteso come capacità di produzione in GW/h per un MW di potenza installata.

Non è altro se non una media, quindi ha un valore meramente statistico e non matematico-scientifico, ma può essere indicativo per una valutazione globale.

 

 

Emerge, dunque, una notevole capacità dell’idroelettrico, fonte tradizionalmente utilizzata per la produzione di una elevata quantità di energia (52,7 TW/h nel 2013; 58,5 nel 2014; 43,9 nel 2015) e destinata a mantenere il primato tra le rinnovabili. Proprio sull’idroelettrico vi sono dubbi legati alla impossibilità di reperire dati sulla potenza installata realmente attiva (il coefficiente potrebbe essere anche più alto, ndr) e su quella realmente installabile in futuro.

Emerge anche, ad esempio, che al calo enorme dell’idroelettrico del 2015 (-25% rispetto al 2014), dovuto soprattutto ad una diminuzione delle piogge, non corrisponde un aumento auspicabile del solare, che mantiene un capacità pressoché costante.

Appare chiaro che l’incostanza delle fonti rinnovabili, eccessivamente legate all’aleatorietà delle condizioni atmosferiche, rappresenta un problema tanto enorme quanto irrisolvibile, che ci costringerà sempre e comunque ad avere fonti sussidiarie pronte a supplire a possibili (rectius: probabili) mancanze, individuabili negli idrocarburi.

Una valutazione a parte merita la fonte geotermica, la più efficiente tra quelle analizzate.

Fondamentale, come già sopra detto, l’analisi sulle bioenergie, comprensive delle biomasse.

Per tutte le altre fonti si dà per conosciuto l’attuale sistema di incentivazione.

Per le fonti non espressamente trattate si ritiene opportuno non modificare alcunché o necessario approfondire l’analisi alla luce di dati attualmente non disponibili.

Le misure proposte, che sono frutto di previsioni soggette a fattori aleatori e non hanno valore scientifico-matematico, andrebbero approvate e proposte ogni anno per vent’anni.

3. Le fonti di energia

3.1 Solare Fotovoltaico

L’energia solare è la più indicata alla diffusione dei piccoli impianti, per la semplicità dell’installazione e la relativa economicità dell’investimento, alla portata di tanti.

Nel 2015 in Italia vi sarebbero impianti ad energia solare per un totale pari a 18.910 MW di potenza installata che avrebbero prodotto 22 , 847 TW/h di energia elettrica (pari al 7,01 % del fabbisogno totale).

3.1.1 Famiglia con impianto fino a 3,5 KW

Mantenendo il regime di detrazione fiscale e reintroducendo gli incentivi (fino ad un massimo di 2.300 Kw/h di energia immessa in rete annui con progressiva riduzione nel corso degli anni), vi sarebbe la certezza di rientrare dell’investimento (comprensivo di eventuale finanziamento) e di un notevole risparmio, ragion per cui si potrebbero incentivare ogni anno 50.000 famiglie (su circa 17.000.000 di nuclei familiari che vivono in una casa di proprietà) ad installare questo tipo di impianto (per un totale di 3.500 MW allo scadere dei vent’anni): al termine dei vent’anni avremmo un milione di famiglie italiane con un impianto fotovoltaico sul tetto.

Saremmo in grado, con questi numeri, di produrre ogni anno 0,21 TW/h da tale fonte. Allo scadere dei vent’anni, valutando anche il degrado della capacità di produzione dei pannelli, avremmo una produzione totale di circa 4 TW/h.

 

3.1.2 Famiglia con impianto superiore a 3,5 KW

Con il medesimo sistema innanzi descritto (ed incentivi fino ad un massimo di 2.800 Kw/h annui di energia immessa in rete con progressiva riduzione nel corso degli anni) si potrebbe pensare di incentivare ogni anno 50.000 famiglie (su circa 17.000.000 di nuclei familiari che vivono in una casa di proprietà) ad installare questo tipo di impianto (per un totale di 5.000 MW allo scadere dei vent’anni): un altro milione di famiglie avrebbe un impianto fotovoltaico.

Saremmo in grado, con questi numeri, di produrre ogni anno 0,3 TW/h da tale fonte. Allo scadere dei vent’anni, valutando anche il degrado della capacità di produzione dei pannelli, avremmo una produzione totale di circa 5,7 TW/h.

 

3.1.3 PMI con impianto superiore a 5 KW

Per le PMI (circa 4.300.000 in Italia) è ipotizzabile l’installazione di un impianto di 15 KW.

Sempre con il medesimo sistema incentivante sopra descritto (fino ad un massimo di 12.000 Kw/h annui) si potrebbe pensare di incentivare ogni anno 10.000 PMI ad installare questo tipo di impianto (per un totale di 5.000 MW allo scadere dei vent’anni), per ulteriori 200.000 impianti fotovoltaici.

Saremmo in grado, con questi numeri, di produrre ogni anno 0,18 TW/h da tale fonte. Allo scadere dei vent’anni, valutando anche il degrado della capacità di produzione dei pannelli, avremmo una produzione totale di circa 3,4 TW/h.

3.1.4 Conclusioni

Nonostante la pianificazione ed i notevoli sforzi anche di comunicazione ed educazione ambientale che andrebbero profusi, l’installazione di circa 2.200.000 nuovi impianti di energia solare porterebbe ad un aumento di produzione di soli 13 TW/h circa, che aggiunti ai 22 attuali decurtati del 20% per il decadimento della capacità ed efficienza degli impianti, porta a 30-31 TW/h di produzione totale, pari al 6,67% dei 450 TW/h di fabbisogno totale previsto.

A questa produzione va aggiunta quella dei pannelli solari che andranno installati sugli edifici pubblici.

Riteniamo che incentivare la produzione oltre queste cifre possa esclusivamente dar luogo a speculazioni non sostenibili per il sistema economico.

4. Eolico

Appare opportuno -se non necessario- premettere un dato evidente: per rendere economicamente sostenibile la produzione di energia, riteniamo indispensabile sviluppare, attraverso un sistema di incentivi, la produzione da fonti alternative ai fossili, ma il sistema degli incentivi deve rendere appetibile l’investimento ed attrarre i capitali privati senza schiacciare l’utente finale sotto il peso di costi intollerabili.

La nostra volontà è quella di parificare gli incentivi a fonti quali l’eolico e l’idroelettrico.

Alle condizioni attuali l’eolico potrebbe non riuscire a dare un apporto significativo: strategicamente, gli incentivi destinati all’eolico ed inutilizzati potrebbero far crescere altre fonti; la speranza rimane che l’evoluzione tecnologica cambi lo scenario.

5. Idroelettrico

L’idroelettrico è la fonte che storicamente ha consentito all’Italia di crescere ed essere competitiva: i dati storici forniti da Terna[2] mostrano chiaramente il suo primato, alla cui base vi è certamente il fattore economico.

Sfruttando la potenza della natura, si riesce, oggi, a produrre una quantità di energia elettrica pari al 16-18% del fabbisogno nazionale.

Nel rapporto potenza installata - costi - energia prodotta l’idroelettrico consente di contenere l’importo degli incentivi confidando in investimenti privati per la ristrutturazione e rigenerazione di centrali le cui concessioni sono ancora in vigore e l’installazione di nuove centrali, sia di piccole che di medie e grandi dimensioni.

Per consentire incentivi pari ad importi ridotti è indispensabile rivedere il sistema delle concessioni, il cui costo fisso parametrato alla potenza installata dovrebbe essere convertito in una percentuale (eventualmente anche crescente, ipotizzando la necessità di pagare rate di finanziamenti durante i primi anni) degli incassi lordi fissata direttamente dallo Stato centrale.

Con questi incentivi, cui vanno affiancati la sburocratizzazione e semplificazione delle procedure utili ad ottenere nuove concessioni ed autorizzazioni, i capitali privati verrebbero attratti e si potrebbe, senza difficoltà, pianificare una crescita di potenza installata pari ad 1 GW ogni anno[3], per una produzione media di 2,8 TW/h ed un incremento di produzione, alla fine del ventennio, di 56 TW/h, che sommati ai 44 attuali, raggiungono i 100 TW/h, pari al 22,22% del fabbisogno totale di 450 TW/h.

6. Bioenergie e termovalorizzazione dei rifiuti

L’attuale apporto delle bioenergie (biomasse solide, biogas, bioliquidi) è relativamente basso rispetto alla potenzialità immediata del settore: secondo i dati forniti dal GSE, sono installati impianti per circa 4.000 MW che producono poco meno di 19 TW/h di energia elettrica.

Quello delle bioenergie è un settore particolarmente complesso legato alla diversità delle materie prime: per avere un quadro almeno sintetico della situazione si rimanda alle notizie ed ai dati forniti da Istituzioni quali il Ministero delle Politiche Agricole[4] ed il GSE[5].

All’interno di una proposta preliminare di Piano Energetico Nazionale, come più volte detto, non vanno analizzati i singoli problemi particolari, che renderebbero il documento prolisso ed inutilizzabile, ma è necessario proporre macro-soluzioni: la loro fruibilità è direttamente proporzionale alla semplicità ed utilità.

È per tale motivo che ci siamo concentrati, nell’analisi proposta in questo paragrafo, sulla materia prima più importante ed immediatamente disponibile per impianti a biomasse e di termovalorizzazione: lo scarto-rifiuto.

In Italia vengono prodotte ogni anno circa 30.000.000 di tonnellate di rifiuti[6].

Sulla capacità di differenziazione del nostro Paese andrebbe steso un velo pietoso: come più volte la nostra associazione ha proposto, andrebbero inasprite le sanzioni sia per i cittadini che vengono meno al loro dovere civico che per gli Enti incapaci di raggiungere obiettivi minimi, che andrebbero immediatamente commissariati.

Non è questa la sede per analizzare l’annosa questione, ma appare opportuno fare previsioni realistiche: abbandonando l’utopia del “Rifiuto Zero”, possiamo puntare ad una riduzione dei rifiuti nell’ordine del 3 % con una raccolta differenziata media in grado di raggiungere il 55% entro i prossimi 10 anni ed una riduzione di un ulteriore 2 % nei dieci anni successivi con una raccolta differenziata pari al 66%.

Da qui ai prossimi dieci anni avremmo dunque a disposizione, ogni anno, 13.000.000 di tonnellate di rifiuto indifferenziato e 5.700.000 di rifiuto organico. Nei successivi dieci anni abbiamo la possibilità concreta di ridurre a 10.000.000 di tonnellate il rifiuto indifferenziato, mentre la quantità di rifiuto organico (difficile da ridurre e facile da differenziare) rimarrebbe praticamente costante a 5.700.000 di tonnellate.

Lo smaltimento di queste frazioni di rifiuto ha un costo notevole che pesa sulle tasche dei cittadini e che varia di Regione in Regione in funzione della presenza di impianti di smaltimento. Ritenendo insostenibile, dal punto di vista economico e soprattutto ambientale, il conferimento in discarica, appare opportuno provvedere immediatamente a completare, in ogni territorio, il ciclo dei rifiuti con la costruzione degli impianti di smaltimento e valorizzazione energetica, così da trasformare in risorse quelli che oggi sono solo rifiuti.

Prendendo a modello il termovalorizzatore di Acerra[7], capace di smaltire ogni anno 600.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati per produrre 0,6 TW/h di energia elettrica[8], se utilizzassimo tutti i rifiuti indifferenziati per produrre energia otterremmo 13 TW/h (10 nella seconda fase) di energia elettrica e saremmo in grado di abbattere la pressione fiscale rappresentata dalla tassa sui rifiuti: l’investimento sarebbe appetibile anche senza la necessità di incentivare la produzione.

Volendo trattare in maniera differente il rifiuto organico -il cui costo di smaltimento è, allo stato attuale, ancor più alto- è possibile prevedere la costruzione di impianti di dimensioni relativamente ridotte che servano territori limitati. La maggiore difficoltà, in questo caso, è legata alle reali caratteristiche di questa frazione di rifiuto, enormemente differenti tra prodotto e prodotto della stessa categoria, che fanno propendere per un tipo di trattamento piuttosto che per un altro.

Ipotizzando la capacità di ricavare 274 KW/h di energia elettrica da ogni tonnellata di FORSU[9], riusciremmo a produrre ogni anno 1,5 TW/h di energia elettrica, anche in tale caso riuscendo a ridurre il costo dello smaltimento.

Sia chiaro: c’è la piena  consapevolezza che l’apporto di questo tipo di fonte energetica rimane minimo (circa il 3% su 450 TW/h), ma è la sostenibilità economica e la capacità di ridurre la pressione fiscale che ci ha convinti a concentrarci sullo studio di tali dati per inserirli nella nostra proposta di Piano.

A questa quantità di energia prodotta dalla valorizzazione dei rifiuti va, in ogni caso, aggiunta quella prodotta dalle altre bioenergie.

7. Nucleare

Alla luce dell’analisi fin qui svolta, appare chiaro che le energie rinnovabili possono raggiungere, soprattutto grazie all’apporto dell’idroelettrico, risultati importanti anche senza drogare il mercato degli incentivi.

Secondo le nostre previsioni, potremmo riuscire ad ottenere: 30 TW/h dal solare; 15 TW/h dall’eolico; 10 TW/h dal geotermico; 30 TW/h dalle bioenergie; 65-100 TW/h dall’idroelettrico. La produzione totale da energie rinnovabili sarebbe dunque di 150-185 TW/h su 450 TW/h necessari, per una invidiabile percentuale del 33,33-41,11%, che non è l’irraggiungibile 50% annunciato dai politici, ma gli si avvicina.

Profuso il massimo sforzo, ci si trova di fronte ad un trivio: continuare a produrre il restante 66,66-58,89% con fonti fossili; aumentare gli incentivi all’eolico ed al fotovoltaico, rendendo insostenibile il costo dell’energia per i cittadini e le imprese; produrre almeno una quota di quei 265-300 TW/h con l’unica altra fonte alternativa agli idrocarburi, ovvero il nucleare.

La nostra associazione, protagonista della campagna a favore dell’energia atomica durante il referendum del 2011, ha sempre sostenuto che il nucleare è l’energia più pulita, economica e sicura che esista ed è per tale motivo che la nostra proposta va nella direzione di una riapertura totale a tale fonte, che nel nostro Piano è destinata a diventare la prima e più importante.

È possibile ipotizzare la costruzione di centrali nucleari di 1 GW di potenza installata con reattore AP1000 o EPR.

La vita media di una centrale è di sessant’anni.

Una centrale nucleare ha una produzione costante: ciò vuol dire che una centrale da un GW di potenza installata produrrà 8,76 TW/h di energia per anno.

Prevedendo la costruzione di dieci centrali nucleari, da qui a dieci anni avremo modo di produrre 87,6 TW/h.

Tra dieci anni, individuati già i siti, potrà essere valutata la tecnologia da utilizzare per i reattori, ma andranno in ogni caso costruite ulteriori dieci (o più, nel caso di effettiva saturazione della fonte idroelettrica) centrali, che potranno portare la produzione nucleare a 175,2 TW/h , pari al 38,93% dei 450 necessari.

 

8. Idrocarburi

 

Gli idrocarburi (prediligendo il gas) verranno utilizzati col doppio scopo di produrre i restanti 90 TW/h necessari e di supplire ad eventuali (rectius: probabili) mancanze delle fonti rinnovabili, aleatorie per definizione.

Va in ogni caso segnalato che, attraverso l’adozione di tali misure, vedrebbero ridotti l’incidenza sulla produzione di energia al 20% ed anche l’utilizzo per il riscaldamento degli edifici (sostituzione con pompe di calore, divenute convenienti con l’installazione del fotovoltaico) ed, in parte, per i trasporti (con la diffusione di tre milioni di veicoli elettrici).

CONCLUSIONI

Applicando questa bozza di Piano Energetico Nazionale riusciremmo, dunque, a dare una riposta agli interrogativi posti nella premessa:

D. “ Come possiamo produrre l’energia che servirà per rilanciare l’Italia e la sua economia nei prossimi vent’anni ? ”

R. 30 TW/h con il solare; 15 TW/h con l’eolico; 10 TW/h con il geotermico; 30 TW/h con le bioenergie; 100 (o 65) TW/h con l’idroelettrico; 175 (o 192) TW/h con il nucleare; 90 TW/h con gli idrocarburi, prediligendo il gas.

D. “ Come possiamo ridurre l’impatto ambientale di tale produzione ? ”

R. Potremo riuscirci reintroducendo il nucleare e puntando sulle rinnovabili ed in particolare sull’idroelettrico.

D. “ Come possiamo ridurre il costo dell’energia ? ”

R. Evitando di drogare il mercato con incentivi assurdi e prediligendo fonti economiche rispetto ad altre che necessiterebbero di importanti aiuti.

D. “ Come possiamo smaltire i nostri scarti-rifiuti ? ”

R. Con la valorizzazione energetica dei rifiuti otterremmo il doppio vantaggio di produrre energia a basso costo e di riuscire a smaltire i rifiuti organici e quelli indifferenziati, trasformandoli in una risorsa per il Paese.

[1]http://www.gse.it/_layouts/GSE_Portal2011.Structures/GSEPortal2011_FileDownload.aspx?FileUrl=http://www.gse.it//it/Dati%20e%20Bilanci//GSE_Documenti%2fosservatorio+statistico%2fStime+preliminari+2015.pdf&SiteUrl=http://www.gse.it//it/Dati%20e%20Bilanci/

[2] https://www.terna.it/it-it/sistemaelettrico/statisticheeprevisioni/datistorici.aspx

[3] Sarebbe urgente un reale censimento dei corsi d’acqua per capire se è davvero realizzabile tale incremento di potenza, poiché secondo fonti autorevoli ci si dovrebbe accontentare di produrre un massimo di 65 TW/h per anno (cfr. http://www.assorinnovabili.it/public/sitoaper/FontiRinnovabili/Pubblicazioni/micro-idroelettrico_dossier.pdf). In tal caso, gli ulteriori 35 TW/h necessari andrebbero prodotti con nucleare od idrocarburi.

[4] https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/7891

[5] http://www.gse.it/it/EnergiaFacile/guide/Energiaelettrica/Biomasse/Pages/default.aspx

[6] http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/rapporti/RapportoRifiutiUrbani2014_web.pdf

[7] http://old.enea.it/produzione_scientifica/pdf_EAI/2010/5/CostoTermovalorizzatore.pdf

[8] http://www.a2a.eu/it/impianti_reti/termovalorizzazione/acerra.html  

[9] www.regione.piemonte.it/agri/area_tecnico_scientifica/ricerca/dwd/gilli.ppt